Pubblicato il: 17 gennaio 2020 alle 7:50 am

Dodici anni, inquieta e con la testa piena di sogni, ‘sgraffigno’ dal comodino della mia mamma ‘Noi ragazzi dello zoo di Berlino’ Libro atipico nella forma e nel contenuto, non un romanzo, ma un documento-verità

di Rosa Aghilar.

Roma, 17 Gennaio 2020 – Proibitissimo dai miei, non adatto a una ragazzina della mia età, non esito a leggerlo di nascosto, ritrovandomi imprigionata nella Berlino degli anni settanta in un mondo di cui sentivo parlare solo alla tv: il ricordo, vista la mia giovane età, di una lettura “shock”, di quelle che ti travolgono in pieno come se fossi a piedi in mezzo all’autostrada.

Christiane F. racconta con il linguaggio brutale e diretto delle interviste registrate al magnetofono la sua storia e quella dei suoi coetanei, sullo sfondo di una Berlino dove i quartieri-dormitorio e le discoteche sono simili a quelli di ogni grande città europea. E’ la storia atroce di un’inesorabile discesa negli inferi, nel mondo della droga e della prostituzione, per poi passare a una difficile e lenta risalita. E’ documentata come un servizio giornalistico, sofferta come un diario personale, da cui nasce una convinzione: allontanarsi dalla droga è difficile ma possibile.

Più che un’intervista da parte dei giornalisti Hermann e Rieck, come questi ultimi hanno affermato, è stato un ascoltarla per due anni, come forse nessuno aveva fatto fino a quel momento. Il racconto si apre con l’infanzia di Christiane, molto disordinata e confusa, con un padre instabile e violento, e una madre troppo insicura. Pagina dopo pagina le vicende forniscono una base, una sorta di motivazione per tutto ciò che accadrà in seguito.

Nella casa dove vive la giovane, vige la legge del più forte. Il padre è violento e despota, picchia moglie e figlie per sfogare i propri insuccessi: “A un certo punto lui doveva essere arrivato alla conclusione che mia madre ed io eravamo responsabili della sua misera situazione. Lui non solo odiava la famiglia, ma semplicemente ne aveva un rifiuto totale.”. La figlia impara ad amarlo e odiarlo allo stesso tempo.

La dodicenne Christiane Vera Felscherinow trova la sua dimensione nell’Haus der Mitte, un circolo della chiesa evangelica, dove i ragazzi dimenticano i loro problemi fumando hashish e ascoltando musica. Chris trova qui una nuova famiglia, si sente finalmente accettata e si spinge all’uso di numerose sostanze: da acidi, all’efedrina e a ogni tipo di pasticche. La sua è una mente instabile, che sogna e poi distrugge da sola tutti i suoi sogni rendendosi conto della loro assurdità, che si auto convince di stare bene, che prova una disintossicazione dopo l’altra collezionando fallimenti ogni volta in un modo diverso; che resta più turbata di tutti per le morti delle persone del giro, ma che comunque continua a bucarsi anche pensando di essere diversa. A tratti ha lampi di lucidità in cui si accorge di quello che sta facendo “Prima di addormentarmi pensai: -Christiane, questo non è il tuo mondo. Stai facendo qualcosa di sbagliato”. Mai una volta il primo pensiero riguardo alla persona che diventerà la fa gioire o la riempie di orgoglio; tutte le volte che vede qualcuno che sta peggio di lei dapprima lo disprezza, pensa che lei non arriverà mai a quel punto poi, però, pian piano comincia ad apprezzarlo, poi a idolatrarlo e infine, diventa il suo modello di vita.

È una continua lotta tra la bucomane Vera e la ragazzina Christiane che sogna una vita ordinaria con un diploma, una bella casa con un letto e delle lenzuola fresche di bucato e profumate in cui addormentarsi e il suo amore Detlef al quale era legata come fosse sposata. È la dura lotta per Christiane tra la vita dello Zoo e delle sue star, che nonostante tutto non riesce a perdere il suo fascino, e l’esistenza ripulita che riesce ad assaporare solo lontana da Berlino.

Un viaggio nella solitudine. Un viaggio nell’abbandono da parte della società.

“Non realizzavo assolutamente che nei mesi passati mi ero preparata sistematicamente a essere matura per l’ero. In quel momento non avevo nessuna consapevolezza che ero così tremendamente giù, che questo “It is too late” mi aveva completamente sconvolta, che a uscirne fuori non mi aiutava più nessun’altra droga, che nella strada che avevo imboccato la logica conseguenza era l’eroina. Tutto quello che pensai in quel momento, era che non volevo che i due bucomani adesso se ne andassero e mi mollassero sola nella mia merda. Dissi subito agli altri due che volevo provarla. Pollo riusciva a malapena a parlare. Ma si infuriò letteralmente. Disse:”Non lo fare, non hai idea di quello che fai. In poco tempo sarai esattamente come sono io adesso. Sarai un cadavere”.

[…]

“Tutta la merda era di colpo sparita. “It is too late” non esisteva più. Mi sentivo bene come non mai. Era il 18 aprile 1976, un mese prima del mio quattordicesimo compleanno. Questa data non la dimenticherò mai”.

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