Pubblicato il: 19 febbraio 2020 alle 8:00 am

La tragica esecuzione di Giordano Bruno Ricordiamo l’avventurosa vita del filosofo, scienziato, teologo in un mondo troppo piccolo

di Caterina Slovak.

Roma, 19 Febbraio 2020 – Il 17 febbraio 1600, Giordano Bruno muore bruciato vivo sul patibolo dell’inquisizione romana.

Qual è la sua colpa, da condannare al rogo insieme a lui i suoi libri?

Era nato a Nola (Campania) nel 1548, e ben presto veste l’abito domenicano a Napoli, lascia il suo nome Filippo e prende quello di Giordano. Fin d’ora si distingue per la sua grande libertà di spirito: nella sua cella stacca dalla parete i ritratti dei santi, in seguito è sorpreso a leggere un autore messo all’indice: è Erasmo da Rotterdam. Ma fa di più: qualcuno lo sente mettere in dubbio il dogma della Trinità e discutere le dottrine di Ario, eretico del IV secolo. Tutto ciò gli vale una denuncia. Non era facile parlare di teologia, nell’atmosfera oscurantista dell’epoca.

Giordano Bruno come Galileo Galilei, Cecco d’Ascoli, Giovanna d’Arco, Pierre De Bruys e Fra Dolcino sono solo alcune illustri vittime dell’Inquisizione, un tribunale cattolico il cui compito è reprimere ed estirpare l’eresia.

Giordano Bruno è ben presto dichiarato eretico. L’eresia può riguardare una teoria non conforme alle sacre scritture oppure alle credenze stabilite nel passato (come la visione dello spazio di Aristotele) riguardanti scienza e religione possono essere bollate come eretiche. Lo scopo del “processo” è portare l’imputato ad abiurare le proprie credenze, e non è facile. L’unico strumento valido è l’uso della violenza. Ma il tribunale dell’Inquisizione ha anche l’autorità di condannare a morte i processati, ed è il caso del filosofo campano, che proprio per sfuggire a un processo a suo carico a Napoli si sposta a Roma. Comincia allora una vita in continua fuga. Ovunque è inizialmente accolto con calore e rispetto, poiché si ammira il suo spirito, la sua cultura, la sua eloquenza e la sua padronanza dell’arte della memoria, molto tenuta in considerazione in un’epoca in cui la stampa è ancora ai primi passi. Dappertutto è dopo un po’, sempre osteggiato.

Abbandonato l’abito domenicano fugge nel Nord Italia, tra Genova, Savona, Torino, Padova, Bergamo, insegna astronomia, pubblica i suoi primi libri. E’ poi a Ginevra, a Tolosa -dove ottiene la cattedra di filosofia- a Londra – dove conosce la regina Elisabetta e compone alcune tra le sue opere più importanti: La cena delle ceneri, una difesa dell’eliocentrismo copernicano, De l’infinito universo et mondi, dove presenta la sua teoria di un universo infinito composta da innumerevoli mondi, Lo spaccio della bestia trionfante e Degli eroici furori), a Oxford, in Germania, a Praga, Helmstedt, Francoforte, e infine rientra in Italia. Bruno è stanco dell’esilio, desidera riavvicinarsi alla Chiesa e vuole rivedere la sua patria, così accetta l’invito di Giovanni Mocenigo, ricco veneziano che desidera apprendere da  lui la geometria e l’arte della memoria. Ma Mocenigo non è il mecenate illuminato che il filosofo spera: il 23 maggio 1592 denuncia Bruno all’Inquisizione. E’ arrestato, l’anno successivo è trasferito a Roma, dove è l’imputato di un processo che durerà sette anni, Forse è torturato, perfino la sua prodigiosa memoria è vista come una magia, ma rifiuta di abiurare. Il tribunale del Santo Uffizio lo condanna alla pena capitale, in quanto eretico “formale, impenitente, pertinace”, e i suoi libri messi all’Indice e condannati al rogo.

I suoi libri non sono facili da leggere, le sue teorie non semplici da spiegare, ma fanno di Giordano Bruno un innovatore della filosofia rinascimentale e un precursore della modernità.

Da parte sua, per la prima volta la chiesa cattolica romana eliminava fisicamente un fautore di una teoria scientifica allora nuova in Europa: l’eliocentrismo del sistema copernicano.

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