Pubblicato il: 26 febbraio 2020 alle 8:00 am

Fortunato tene ‘a rrobba bbella… Chi era Fortunato, il mitico tarallaro napoletano cantato da Pino Daniele

di Vittoria Maddaloni.

Napoli, 26 Febbraio 2020 – Il ritornello di Fortunato scritto da Pino Daniele nel 1977 (dall’album Terra mia) sembra riecheggiare ancora in vico Tofa, dove viveva Fortunato, l’ultimo tarallaro di Napoli, indimenticabile figura storica della città. Era un ambulante, di quelli che negli anni ’80 sopravvivevano ancora, retaggio di una società antica, come ‘o stagnino, che si aggirava con il suo inseparabile carretto tra le vie e i vicoli della città, riparando utensili, pentole ed altri oggetti di rame, o l’acquaiuolo, che girava trainando un piccolo carretto, prima di diventare proprietario di una piccola bottega fissa, ornata di limoni e aranci.

E’ morto nel 1995, dopo una vita difficile: orfano di madre, reduce di guerra, l’unica sua risorsa era il lavoro di tarallaro.

Fortunato svolgeva il suo lavoro, regalando un sorriso a ogni cliente, girando col suo particolare mezzo di trasporto, un vecchio passeggino modificato al cui interno i taralli, protetti da una coperta di lana, rimanevano caldi e pronti da gustare, partendo da casa sua, in vico della Tofa, uno dei vicoli che da Via Toledo s’inerpica nel cuore dei quartieri Spagnoli. Sul carrettino l’indimenticabile scritta riportava “LA DITTA FORTUNATO RESTA CHIUSA IL LUNEDÌ”.

Il mitico personaggio girava per le strade di Napoli, come ricorderanno quelli che negli anni 70 e 80 marinavano la scuola e andavano in giro nei vicoli del centro storico. Lo si incontrava, ma prima ancora la sua voce si sentiva per le strade, da Piazza Dante a Piazza Carità, per via Toledo e in tutti i vicoletti adiacenti, gridando il suo richiamo: Fortunat tene a rrobba bella, nzogna nzo’! E poi con la sua simpatia chiamava tutte le donne per nome… Maria! Antonietta! Titina!

La “nzogna” era la sugna, o strutto, ovvero il grasso del maiale, perché i taralli napoletani dovevano essere “nzogna e pepe” (sugna e pepe), caratterizzati appunto dalla presenza dello strutto nell’impasto, che li rendeva friabili, e dall’inconfondibile sapore. Un tempo venivano preparati con gli avanzi dell’impasto preparato per il pane, per evitare sprechi, “nobilitandoli” con la sugna e il pepe. Con il tempo, da cibo povero è divenuto “sfizio” per tutti, e si preparano – e si mangiano – ancora oggi come spuntino, come aperitivo e come merenda, nonostante la massiccia presenza di pepe.

Nelle strade di Napoli Fortunato Bisaccia era un mito: tutti si affacciavano ai balconi quando sentivano la sua voce, e si facevano mettere nel “paniere” calato giù con una corda i taralli belli caldi che emanavano un profumo meraviglioso: Saluta ‘e ffemmene / a’ncoppa ‘e barcune/ viecchie, giuvene e / guagliune … Lo conoscevano tutti, dal più povero al più ricco, dall’anziano al ragazzo. Diffondeva con il suo sorriso simpatia e “veracità”.

Chi lo ha incontrato lo ricorda con piacere e anche con un pizzico di malinconia, come tutti i personaggi e le atmosfere di un tempo che appare lontanissimo. Già Pino Daniele, nella stessa canzone, sentiva questa malinconia di fondo quando cantava dei tempi che cambiano, ma anche di come Napoli resti, in fondo, sempre la stessa: Nun è cchiù comme ‘na vota / ma ogne tanto se fa senti’ / cu’ chella voce ca trase / dinto ‘o core e te fa murì. / Cagnano ‘e ffemmene / cagnano ‘e barcune / e isso saluta senza penza’. / Napule è comme ‘na vota / ma nuje dicimmo ca adda cagna’.

Dopo la canzone, anche Luciano De Crescenzo rese omaggio all’ultimo baluardo degli ambulanti che hanno fatto la storia del folklore napoletano sulla copertina del libro fotografico “La Napoli di Bellavista”. Ma esiste anche una biografia, scritta dall’attore Massimo Andrei- ha lavorato con Salemme e Peppe Barra – edita da Tullio Pironti, dove l’autore ricorda Fortunato come l’emblema di una Napoli “pulita”:

“Nella Napoli dell’immondizia e della violenza noi artisti abbiamo il dovere di mandare messaggi positivi. Per me la figura di Fortunato è uno di questi (…) in un momento in cui vengono mostrati i napoletani peggiori”.

neifatti.it ©