Pubblicato il: 19 aprile 2020 alle 8:00 am

L’Europa degli uomini/2. La Capri di Axel Munthe Europei uniti, più che Europa, Axel Munthe: il brillante medico che amava Capri

di Vittoria Maddaloni.

Napoli, 19 Aprile 2020 – Non si può andar via da Capri senza aver dedicato un paio d’ore alla visita di uno dei gioielli storico-artistici dell’isola più famosi al mondo: Villa San Michele, la casa-museo che fu del medico svedese Axel Munthe, a 327 metri di altezza sul livello del mare, una delle più belle di tutta Capri, costruita sulle fondamenta di una villa imperiale romana e di una cappella medievale dedicata a San Michele, da cui deriva il nome.

Da cultore dell’arte, filantropo ed amico degli animali Munthe (1857 – 1949) visse a Capri più di 56 anni, dedicando quasi tutta la sua vita alla costruzione di Villa San Michele e del suo giardino, che divennero luoghi di villeggiatura di personalità di spicco di tutto il mondo, e a collezionare reperti di epoca romana, etrusca ed egizia raccolti durante i suoi viaggi e sull’isola.

Nella villa l’amore per l’arte e per l’antichità del medico svedese si evince dai tanti reperti antichi dal valore inestimabile, come la testa di Medusa un tempo sul tempio di Venere a Roma, il busto in marmo dell’Imperatore Tiberio e la sfinge egizia, divenuta ormai il simbolo della villa stessa. La tradizione vuole che se si appoggia la mano sinistra sulla Sfinge e si esprimere un desiderio si avvererà!

Anche il giardino è meraviglioso: camelie, ortensie, rose, pini e cipressi sono inseriti all’interno di un colonnato bianco con pergolato. Da qui si vede tutto il golfo di Napoli.

Era ancora un giovane medico Axel Munthe quando decise di realizzare i propri sogni trasferendosi ad Anacapri, più tardi divenuta famosa in tutto il mondo grazie al suo libro “La Storia di San Michele”, tra i più tradotti al mondo. Si era appassionato alla nascente psicanalisi, ed è stato un vero europeo: frequentava i circoli e salotti intellettuali del tempo, ma era anche attento ai meno fortunati. Viaggiava molto e conosceva lo svedese (la sua lingua madre), nonché l’inglese, il francese, l’italiano e un po’ di tedesco. Nel suo Storia di San Michele, uno dei libri più letti del ‘900, racconta di sé e del periodo in cui visse, in un’Europa cancellata dal primo conflitto mondiale, scrive di un’umanità impoverita nello spirito e nell’economia, ma anche di sé, dei suoi gatti e dei suoi cani, davanti a uno scenario naturale tra i più suggestivi del mondo.

Aveva lavorato come medico a Parigi, era stato amico di Jean-Martin Charcot che l’aveva introdotto alla neurologia, ammirava Freud. Era già stato in Italia: appena scoppiò a Napoli nel 1884 l’epidemia di colera, fece i bagagli e partì per prestare la sua opera a favore degli ammalati. Nel 1908 fu tra i medici volontari stranieri che offrirono il loro aiuto alla popolazione dopo il terremoto di Messina. Ma ancora prima, a 18 anni, aveva visitato Capri e ne era rimasto folgorato, al punto da decidere di voler vivere lì.

Un immigrato di lusso, ma con lo sguardo aperto e mai classista, sempre con sincero rispetto e amore sia per la natura sia per l’umanità. Un misto di carica filantropica e di mecenatismo.

Villa San Michele fu da lui donata allo Stato svedese, ed è oggi gestita da una fondazione.

neifatti.it ©