Pubblicato il: 26 aprile 2020 alle 8:00 am

Anniversari: nell’aprile del 1966 moriva Totò Un ricordo di un principe autentico, di arte e umanità

di Vittoria Maddaloni.

Roma, 26 Aprile 2020 – E’ ormai una leggenda quella che racconta che la sera del 13 aprile all’autista, Carlo Cafiero, che lo accompagnava nella sua casa in via dei Monti Parioli a Roma, a bordo della sua Mercedes, Totò chiedesse: “Cafie’, non ti nascondo che stasera mi sento una vera schifezza”.

A casa dei forti dolori allo stomaco lo costrinsero a chiamare il medico, che gli somministrò dei medicinali raccomandandogli di stare tranquillo. L’intero pomeriggio del 14 aprile lo passò in casa a parlare con la moglie Franca del futuro, dell’estate che stava arrivando e del suo desiderio di godersi le vacanze a Napoli, “sopra Posillipo”. Di sera sopraggiunsero i primi sintomi di un infarto, tremore e sudore, e un formicolio al braccio sinistro. Si dice che al cugino-segretario abbia detto “Mi raccomando quella promessa: portami a Napoli” e alla moglie “T’aggio voluto bene, Franca. Proprio assai”.

Secondo il racconto della figlia Liliana, invece, pare che le ultime parole siano state “Ricordatevi che sono cattolico, apostolico, romano”.

Ci arrivò a Napoli, il 17 aprile, e già al casello autostradale c’era una marea di gente, e 3000 persone nella Basilica del Carmine, dove l’amico Nino Taranto pronunciò l’orazione funebre, mentre altre 100mila sostavano nell’immensa piazza antistante. Un lungo applauso salutò per l’ultima volta Totò.

Molto si è favoleggiato anche sulle sue origini. Era nato in una umilissima casa in via Santa Maria, nel quartiere Sanità, a Napoli, che oggi versa in grave stato di degrado e abbandono. Un quartiere estremamente caratteristico e interessante, ricco di scorci e di spunti suggestivi. Una palazzina di ‘ringhiera’ altrettanto caratteristica (e ancora oggi abitata) con il suo grosso portone, il cortile interno, e la scala aperta che porta ai vari piani: al primo si trova quella dell’abitazione di Totò. Gli anziani del quartiere lo ricordano ancora, raccontano del carattere semplice di Totò, schivo e riservato, della sua napolitanità mai persa, di come anche quando era ormai famoso continuava a soggiornare in questa casa quando era a Napoli e quando girava film in città. Si dice che girasse di nascosto per il rione e infilasse banconote sotto le porte dei vicini che sapeva essere in difficoltà. Quando era già famoso.

Era figlio illegittimo del principe Giuseppe De Curtis e della giovane Anna Clemente che solo nel 1921 erano riusciti a sposarsi, e aveva subito quella che allora era un’umiliazione, la registrazione all’anagrafe con il cognome materno – fu riconosciuto dal principe soltanto nel 1941. Nel 1933 fu adottato dal marchese Francesco Maria Gagliardi, che gli trasmise i suoi titoli gentilizi. Solo nel 1946, un anno dopo la morte del Principe De Curtis, il Tribunale di Napoli autorizzò Totò a fregiarsi del nome e del titolo, tanti titoli.

Il famoso naso era dovuto a un pugno durante un allenamento di boxe al collegio Cimino, dove studiava, ma la scuola l’abbandonò per fare il “pittore”. Con lo scoppio della grande guerra, nel 1915, si arruolò volontario, e alla fine del confitto tornò a Napoli per iniziare a recitare. Fu poi a Roma, dove conobbe i primi successi.

Cominciò il cosiddetto avanspettacolo, il teatro leggero, ma era antifascista e dovette nascondersi per un certo tempo. Il cinema lo corteggiò finche si decise ad interpretare San Giovanni decollato. Fu l’inizio di un successo incredibile, almeno 100 film, non tutti dei capolavori, come lui stesso ammetteva, da Fermo con le mani a Fifa e arena, Totò al giro d’Italia, L’imperatore di Capri, Napoli milionaria, 47 morto che parla, Un turco napoletano, Miseria e nobiltà, L’oro di Napoli, La banda degli onesti, Totò lascia o raddoppia? Totò Peppino e la malafemmina…sarebbe difficile citarli tutti. Tutti li conosciamo, li citiamo a memoria. Nessuno ha mai dimenticato l’artista né tantomeno l’uomo, la cui comicità ha da sempre affascinato tutti, grazie alla sua gestualità marionettistica, agli equivoci creati su dal nulla, ai tormentoni che era capace di creare: chi non sa ripetere per fila e per segno la lettera scritta con Peppino (ripresa anche come omaggio da Troisi e Benigni in Non ci resta che piangere)? alla vendita della Fontana di Trevi, ai dialoghi da nobile di Miseria e nobiltà?  Totò ha creato un immaginario che appartiene a generazioni anche distanti tra loro. Una recitazione improvvisata, una comicità alla Charlot, a cui Totò è stato spesso accostato.

La critica al tempo non fu generosa verso i sui film, che oggi sono ritenuti veri classici del cinema, in grado di restituire un’immagine umana unita a una comicità che per quanto paradossale attinge a piene mani dalla realtà.

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