Pubblicato il: 9 maggio 2020 alle 8:00 am

Coronavirus, l’emergenza sociale dei disabili e delle loro famiglie «Mamma quando vieni?». L'appello di Maria: «Siamo disposti a sottoporci a qualsiasi test pur di vedere i nostri figli. Loro hanno solo noi»

di Arcangela Saverino.

Roma, 9 Maggio 2020 – L’adozione di misure straordinarie nell’emergenza Covid- 19 ha fortemente indebolito la rete di assistenza, supporto e protezione destinata alle persone con gravissime disabilità e con forme di non autosufficienza. La situazione è ancora più difficile per chi vive nei centri residenziali per disabili che, al fine di tutelare la salute non solo degli ospiti ma anche degli operatori sanitari che vi lavorano, hanno bloccato le visite dall’esterno di genitori e parenti. Da una parte famiglie isolate con disabili e il peso dell’assistenza sulle proprie spalle a causa della chiusura dei centri diurni; dall’altro lato  genitori e familiari isolati dai propri cari rimasti chiusi all’interno delle strutture per i quali la distanza diventa impossibile da sopportare.

Maria (la sua storia l’abbiamo raccontata qui) non vede la figlia  dal 19 marzo. Barbara al Cem, il Centro di educazione motoria di via Ramazzini 31 di Roma, non fa altro che chiedere di mamma e papà e, quando può, deve accontentarsi di vederli dallo schermo di un telefono. “Mamma quando vieni?” Ogni volta la risposta è sempre diversa perché Maria deve inventare una scusa per non leggere la delusione sul suo volto: il primo giorno ha finto di essere malata; dopo qualche giorno è stata la volta dei muratori a casa.

«In 53 anni non è mai accaduto che Barbara trascorresse la Pasqua o festeggiasse il suo compleanno senza di noi» racconta a Neifatti.it.. Così il 2 maggio ha provveduto a farle arrivare la torta e le candeline su cui soffiare con l’aiuto del personale del centro che si è prodigato per rendere allegro e “normale” il giorno del compleanno di Barbara. A Maria manca non solo la figlia, ma anche gli altri Ragazzi del Cem che vivono in modo residenziale all’interno della struttura. «Ormai sono una famiglia non solo per lei, ma anche per me. Ogni tanto, quando riesco a vedere in una videochiamata mia figlia, chiedo all’operatore di fare una panoramica su tutti i ragazzi perché voglio salutarli», prosegue.

Nonostante tutto, non smette di portare avanti con indomita fierezza la sua battaglia che è sempre la stessa: ottenere un’assistenza adeguata e il giusto rapporto operatori/utenti per i disabili, in modo che sia loro garantito il “dopo di noi” in quella stessa struttura che per loro è diventata la propria casa. Quello che chiede da anni alla Regione Lazio e alle altre istituzioni è un incremento del personale, ma durante il periodo emergenziale ciò che si è verificato è che alcuni operatori socio sanitari hanno scelto di andare a lavorare nelle strutture ospedaliere con la conseguenza che oggi nuovi operatori si occupano dei ragazzi del Cem. «Il nuovo personale svolge un lavoro eccezionale, ma la preoccupazione di noi parenti è che non conosce bene le persone di cui si occupa, le loro abitudini, paure, preoccupazioni e noi non possiamo essere lì ad aiutarlo come abbiamo fatto fino ad adesso – spiega -. Questa situazione ci provoca una forte angoscia». La consapevolezza dell’importanza di centri come il Cem , non solo per i disabili ma per le stesse famiglie, la spinge a non arrendersi per far diventare la struttura un’eccellenza della Croce Rossa, come era un  tempo, prima dei tagli alla sanità, al punto che si arrabbia quando sente dire a qualcuno che tali centri vanno chiusi perché rischiano di diventare “ghetti”. «Se lo diventano, la colpa non può che essere nostra, delle istituzioni e di chi ha la responsabilità nella gestione. E’ solo questione di volontà: non possiamo correre il rischio di vederli chiudere». Adesso si aggiunge il rammarico di non poter vedere la figlia, nonostante dal 4 maggio vi sia la possibilità di andare a trovare i propri congiunti: «Siamo disposti a sottoporci a test e tamponi pur di tornare a far visita ai nostri ragazzi, ovviamente con l’uso di dispositivi di protezione che utilizzavamo già prima del 19 marzo, giorno in cui è stata chiusa la struttura per gli esterni. Nessuno, forse, pensa che i nostri disabili hanno sentimenti come tutti gli altri. Anzi, con loro è ancora più difficile perché non sempre riescono a comprendere la situazione attuale di emergenza. Chiedono di mamma e papà, si disperano e restano delusi quando non ci vedono varcare la soglia della porta dopo averci aspettato per ore, se non giorni» si sfoga. Domani è il 10 maggio e Barbara sa che è la Festa della Mamma, la prima che trascorrerà lontana dal suo affetto più chiaro. Ma per Maria quel giorno assume un significato diverso e la sua voce si spezza per la commozione e il dolore quando ne parla. «E’ stata battezzata proprio in questo giorno, ovvero otto giorni dopo la sua nascita, perché rischiava di non farcela. Ero ancora ricoverata in ospedale perché rischiavo la vita anch’io: ho assistito al battesimo dietro un vetro». Per Maria il 10 maggio rappresenta la vita che vince sulla morte. Trascorrere questo giorno così importante lontana da Barbara è un grande dolore.

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