Pubblicato il: 18 maggio 2020 alle 7:00 am

Uno sguardo ai diritti dei conviventi more uxorio Vediamo quali sono, in base alla Legge  76/2016, i diritti spettanti ai conviventi di fatto

di Angela Arena.

Roma, 18 Maggio 2020 – Dalla riforma del diritto di famiglia, promulgata in Italia il 19 maggio del 1975, il tradizionale modello familiare risulta profondamente modificato: attualmente, il numero dei matrimoni celebrati è in netto calo, cedendo il passo a nuove forme di famiglia, ovvero, a forme di convivenza more uxorio, che, nel corso del tempo hanno richiesto interventi legislativi volti a consentire un riconoscimento formale ed una maggior tutela giuridica.

Al riguardo, va, infatti, sottolineato che la disciplina relativa al diritto di famiglia fu codificata nel secondo dopoguerra, allorquando, il tessuto sociale italiano, fortemente intriso dai principi dell’etica Cattolica, concepiva una famiglia fondata sul concetto di indissolubilità del vincolo coniugale, laddove, la moglie era subordinata al marito, sia nei rapporti personali che in quelli patrimoniali, ed i figli, discriminati sul piano giuridico, qualora nati fuori dal matrimonio.

Siffatto quadro socio – normativo fu scardinato, in primis, dalla legge n. 898 del 1970, successivamente confermata dal referendum popolare del 1974, che introduceva nel nostro ordinamento giuridico il divorzio, dando così la possibilità di sciogliere il matrimonio, qualora venisse meno la comunione spirituale e materiale tra i coniugi, inoltre, con la Riforma del diritto di famiglia, furono apportate importanti modifiche in materia, allo scopo di adeguarla ai nuovi principi costituzionali, tra cui il riconoscimento, nei confronti dei figli naturali, della stessa tutela prevista per i figli legittimi.

Tuttavia, una vera e propria linea di demarcazione rispetto alla consueta ed arcaica immagine di  famiglia, anteriore alla citata riforma, è stata tracciata in seguito all’entrata in vigore della legge n. 76/2016, ai più nota come legge Cirinnà, dal nome della senatrice sua prima firmataria: tale norma, si contraddistingue, infatti, per aver avuto il merito di disciplinare per la prima volta, il tema delle convivenze di fatto, sebbene, prima della sua entrata in vigore, era comunque possibile, nonostante il silenzio del legislatore in argomento, stipulare contratti di convivenza, regolati dalla disciplina codicistica relativa all’obbligazione naturale.

Orbene, prima di tentare un sintetico approccio relativo al contratto di convivenza è utile precisare che sono considerate conviventi di fatto due persone maggiorenni, unite stabilmente da legami affettivi di coppia, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, matrimonio o unione civile.

Ritornando al contratto tra conviventi, si sottolinea che il legislatore, in virtù  dell’art. 1 comma 50 della citata legge Cirinnà, riconosce, ampio spazio all’autonomia negoziale, in quanto, i privati sono liberi di disciplinare gli aspetti patrimoniali della convivenza in base alle esigenze della coppia, riservando, altresì, a ciascun contraente la facoltà di recesso unilaterale.

Ai fini dell’opponibilità ai terzi,  il contratto in oggetto, a pena di nullità, deve però, essere redatto per iscritto, con atto pubblico o scrittura privata autenticata e trasmesso in copia a cura del Notaio rogante all’anagrafe entro i dieci giorni successivi alla sua stipulazione.

Come si è detto, ampio spazio è riconosciuto alla volontà delle parti, infatti, i conviventi, a differenza dei coniugi, per i quali il criterio di contribuzione deriva direttamente dalla legge e quindi non è derogabile pattiziamente, non hanno alcun obbligo di contribuzione, tuttavia, i conviventi di fatto possono stabilire nel contratto le modalità di contribuzione relative alle necessità della vita in comune, nonché, le modalità di ripartizione delle spese ecc.

Per quanto attiene il regime patrimoniale, invece, l’art. 1 comma 53 prevede, che il contratto di convivenza possa contenere la disciplina relativa alla comunione dei beni, ciò significa che gli acquisti effettuati dalla coppia, insieme o separatamente, durante la convivenza, rientreranno nella comunione.

Ma quali sono, in base alla Legge  76/2016, i diritti spettanti ai conviventi di fatto?

Ebbene, trovandoci a vivere in tempi di emergenza sanitaria, tra i diritti spettanti ai conviventi, vi è quello ad assistere il partner e ad accedere alle informazioni sul suo stato di salute in caso di ricovero (art.1 comma 39) e possono, altresì, designare l’altro, in qualità di tutore in caso di malattia invalidante, nonché, decidere sulla donazione degli organi in caso di morte (art. 1 commi 40 e 41).

Qualora i conviventi dovessero separarsi ed hanno prole, il genitore che ottiene  l’affidamento dei figli ha diritto a ricevere dall’altro un assegno di mantenimento per la crescita e l’educazione degli stessi, ed assume, altresì, sull’immobile un diritto assimilabile a quello del comodatario: può continuare ad abitare in quella casa, anche se è proprietà dell’ex, infatti, come più volte precisato anche dalla Cassazione, ogni azione di quest’ultimo volta a riprendere possesso dell’immobile, è annullabile e quindi l’assegnatario può rivolgersi a giudice.

La ratio legis è chiaramente insita nella tutela dei minori nati dall’unine di fatto,  che, come stabilito dal tribunale di Modena con la sentenza n. 412/2016 godono degli stessi diritti dei figli nati da un matrimonio.

Se durante la convivenza non nascono figli, e i conviventi decidono di separarsi, non c’è diritto al mantenimento, ma solo un compenso nel caso in cui uno dei due partner, abbia svolto a favore dell’altro prestazioni che vanno oltre gli ordinari compiti di assistenza materiale e morale come precisato dagli ermellini con sentenza n. 1266/2016.

Qualora, come spesso capita i due ex conviventi abbiano un conto corrente cointestato, le somme depositate appartengono indistintamente per il 50% all’uno e per il 50% all’altro.

Purtroppo, può succedere anche che uno dei conviventi venga a mancare, ebbene, anche in tali ipotesi  il superstite gode di alcuni diritti successori, che, tuttavia, non sono contemplati dalla legge Cirinnà che può avere ad oggetto solo ed esclusivamente i rapporti patrimoniali tra conviventi, in ossequio al divieto di patti successori vigente nel nostro ordinamento.

Sul punto, la legge 76/2016, ex art. 1 comma 43, si è limitata a disciplinare il diritto all’abitazione nella casa familiare, diritto, quest’ultimo,  peraltro, previsto dall’art. 6, co 1 L. 392/1978.

In conclusione è doveroso citare una sentenza pronunciata dal tribunale di foggia  e pubblicata nell’ottobre del 2019 con cui è stato stabilito un precedente storico, ovvero, che le coppie che non hanno firmato un’unione civile, siano esse omosessuali o eterosessuali, hanno diritto alla reversibilità attraverso la redazione anticipata di un testamento attraverso cui si nomina il partner superstite come erede.

Tale pronuncia, costituisce davvero un precedente molto importante, in quanto, per la prima volta, è stato riconosciuto in diritto alla reversibilità dei conviventi more uxorio superstiti  di potersi rivolgere all’Inps, anziché alla Corte di giustizia europea.

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