Pubblicato il: 23 maggio 2020 alle 7:00 am

La musica libera Compositore, direttore d’orchestra, uomo, artista: Ezio Bosso lascia indelebile nella memoria note e parole

di Domenico Izzo.

Roma, 23 Maggio 2020 – Succede quando un uomo dona sé stesso all’arte, quando riversa le sue emozioni su un foglio, su una tela o su un pezzo di fredda pietra, che lo si chiami artista, ed Ezio Bosso era un artista.

Molte delle critiche a lui mosse dal suo stesso mondo, quello della musica classica, lo accusavano di aver ricevuto tanta fama e l’appellativo di “artista” solo per la sua malattia, come se al piano o di fronte ad un’orchestra ci salisse la andasse la malattia e non lui.

Ezio Bosso era malato, un brutto male chiamato tumore, che nel 2011 lo aveva costretto ad un intervento per asportare una neoplasia cerebrale e, l’insorgenza sindrome autoimmune neuropatica (ai tempi definita dalla stampa, con errore SLA), lo avevano costretto nell’ultimo anno, a causa di un lento e inesorabile aggravarsi della patologia neurodegenerativa, all’abbandono del suo strumento principe, davanti al quale tutta la sua emozione traspariva limpida dagli occhi e dai movimenti: il pianoforte.

Molti hanno chiara in mente la sua “esibizione” al Festival di Sanremo del 2016, il suo concetto filosofico del verbo “perdere”, i suoi sorrisi, i movimenti fluidi mentre nota per nota prendeva forma il suo brano “Following a Bird”, la mimica, naturale e cristallina, quasi come se fosse lì solo, davanti al piano, e tutti gli spettatori e le telecamere non esistessero e, ci fosse solo la musica.

Ezio Bosso era indubbiamente perso nella musica, in più interviste ha affermato che la musica, le note, sono ovunque intorno a noi, bisogna solo ascoltare bene. “La musica mi ha insegnato che ogni problema è un’opportunità che va colta come un’occasione”, disse durante un’intervista a Rolling Stone.

Lui, figlio di un operaio torinese, più volte si è scagliato contro la tradizione musicale, più volte ha espresso il suo parere ostile nei confronti di chi pensa che la Musica, quella classica, quella elegante, da salotto e da teatro barocco, sia di chiunque si emozioni, dedichi i suoi anni a studiarla e ad impararne ogni nota: qui, per lui, nasce il concetto di musica Libera, la musica che libera, e si libera, dai pregiudizi sociali e personali.

Ezio, infatti, non è un miracolato, ma ha trascorso i suoi anni ad uno studio metodico, sin dalla tenera età, legando e modellando il suo stile su tre maestri dell’arte musicale: Bach, Chopin e John Cage, al quale è legato un aneddoto dei suoi anni di Conservatorio, quando, durante una lezione con un irascibile maestro, lo stesso Cage “bacchettò” il maestro dicendogli “A me sembra molto bravo, perché grida?”

A proposito di bacchette, celebre è la sua affermazione “La musica è una vera magia, non a caso i direttori hanno la bacchetta come i maghi”, riassunto della sua percezione di cosa siano le 7 note inserite in un pentagramma.

Uomo, prima di essere artista, si è sempre distinto per la sua filosofia personale, riuscendo ad emozionare con le parole come con i suoni. Al pianoforte, sembrava che le mani suonassero per loro conto una musica che lui si limitava ad ascoltare, emozionato come un bambino nel sentire le note scorrere via, così come alla conduzione dirigeva e allo stesso tempo osservava lo spettacolo, mandando baci e sorridendo sempre: un uomo diverso, una persona che, per chi ama la musica davvero, sarebbe stato indispensabile conoscere.

La malattia, che già nel 2019 lo aveva privato del pianoforte, lo ha stroncato a 48 anni, lasciando di lui la memoria, quella stessa memoria che gli permetteva di non guardare lo spartito e che, nonostante le operazioni, gli ha permesso di ricordare tutti i suoi momenti felici, la memoria in cui lui continuerà a vivere, come disse per Beethoven “chi scrive la musica, la scrive per lasciarla a qualcun altro, scrivere musica è un atto d’amore”.

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